La malattia dell’Occidente di Marco Panara

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La malattia dell'Occidente di Marco PanaraLa malattia dell’Occidente di Marco Panara

Perché il lavoro non vale più

Ieri mercoledì 24 novembre, alle 17.30,
nella Sala dello Stabat Mater
della biblioteca dell’Archiginnasio,
in Piazza Galvani, 1
Bologna

Romano Prodi e Pietro Modiano hanno presentato il libro di Marco Panara ”La malattia dell’Occidente. Perché il lavoro non vale più”

Se il lavoro non vale più economicamente e non ha più efficacia come collante sociale, anche la sinistra politica e le rappresentanze sindacali hanno le loro responsabilità e insieme, forse, l’onere della ricostruzione. Tornare a riconoscere il valore sociale del lavoro è la prima missione di una classe politica che sappia davvero interpretare la novità del XXI secolo, e ricostruirne il valore economico è il progetto più moderno del quale possa dotarsi.

L’AUTORE
Marco Panara
, giornalista presso ”la Repubblica”, si è occupato di finanza presso la sede di Milano, è stato corrispondente per l’Estremo Oriente con base a Tokyo, responsabile del settore economico e attualmente cura il supplemento ”Affari & Finanza”. Insegna alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università Orientale di Napoli. Ha scritto un libro sulle piccole e medie imprese in Italia e La scuola nuova, con Luigi Berlinguer, Laterza,2001, sulla riforma del sistema scolastico.
www.archiginnasio.it

L’opinione di Alessandro Ovi
Direttore di Technology Review, edizione italiana

Questo, di Marco Panara, è un libro che vale davvero la pena di leggere. In sole 150 pagine riesce a dare un affresco puntuale del perché nel mondo occidentale il lavoro non vale più (o, per lo meno, del perché vale assai meno di poco tempo fa, e di quanto vorremmo valesse).

Panara fa questo fornendo un numero rilevante di dati, spiegati in modo lucido, e inquadrando il problema nel contesto storico degli ultimi cinquanta anni. Spiega perché le cause del problema, gravissimo ed innegabile, hanno radici sia nella apertura del mondo a nuovi protagonisti quali India e Cina, sia nell’avvento di nuove tecnologie specialmente nel mondo della informazione della comunicazione, che hanno ‘spiazzato’, a milioni, intere categorie di lavoratori.

Racconta, con una vena di amarezza, che non può che essere condivisa, come il valore si sia rapidamente spostato dal lavoro al capitale, e come all’interno del lavoro la divaricazione tra i lavori della fascia alta con quelli delle fasce medio-basse abbia oramai raggiunto livelli quasi intollerabili.

Alla base del problema sta una situazione globale molto delicata, ma in fondo semplice. Prendendo a prestito un esempio dall’idraulica, è un po’ come se il mondo fosse schematizzabile in due bacini, uno da un miliardo di metri cubi, con un livello quasi 10 volte più alto di quello dell’altro, di cinque miliardi di metri cubi. (I metri cubi sono le popolazioni del cosiddetto Occidente, per il primo e del resto del modo per il secondo. I livelli sono i redditi pro capite).

È chiaro che dal momento in cui si crea un collegamento tra i due, il livello del primo, in assenza di interventi per impedirlo, scende, ed il livello del secondo aumenta. E questo sta succedendo, dove non ci sono fatti esterni a impedirlo, come la guerra, ad esempio in zone dell’Africa. Di fronte a questa situazione di inevitabile declino del ‘bacino occidente’, Panara ci spiega come per almeno vent’anni l’Occidente sia riuscito a tenere alto il livello del proprio reddito pro capite, non trovando modi per accrescere il valore del lavoro, ma creando un’illusione di benessere con lo strumento del debito.

La descrizione precisa della crisi (dalla quale ancora non siamo usciti) come un’incredibile serie di ‘illusioni’, vendute non per creare crescita vera ma solo per produrre finta ricchezza (il denaro per il denaro) è un pezzo di bravura giornalistica. Anche i non addetti ai lavori possono capire cosa sono i Sub Prime, gli HedgeFunds, gli Special Invesment Vehicles, i famigerati Credit Default Swaps, usati come arma finale di dispersione del rischio su grandi numeri di ignari investitori.

E tutto questo debito ha pure fatto sì che l’Occidente si trovi ora, essendo rimasto senza soldi, ad avere perso non solo ricchezza, ma anche ‘influenza’ sul resto mondo come dice Steve Cohen di Berkeley in un altro libro molto bello, The Loss of influence. Dopo l’affresco che va dal mondo con enormi dislivelli, all’illusione di ricchezza che viene dall’uso del debito, si arriva quindi all’angoscia della ricerca di soluzioni. Correttamente, Panara le vede non in nuovi strumenti fantasiosi di finanza, non in chiusure o in prove di forza impossibili, ma in un recupero di valori etici che permettano all’Occidente di uscire dalla trappola in cui si è andato ad infilare non avendo capito a tempo il problema dei due bacini.

Non a caso vengono citati come modelli Calvino e San Benedetto, non a caso si insiste sulla scuola (anche se la oramai famosa società della conoscenza pur necessaria non sarà mai sufficiente).

Perché non c’è altra via per noi, miliardo di ‘ricchi’ che non quella di ridare valore al nostro lavoro, aiutando gli altri cinque miliardi di ‘poveri’ che abitano il mondo ad avvicinarsi il più rapidamente possibile, al nostro livello. Nascerà allora, enorme, il problema dell’energia, che nelle gigantesche quantità richieste non potrà che venire da fonti rinnovabili, prima fra tutte, il sole. Solo così il nostro ‘travaso’ potrà essere meno rapido e doloroso.

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